Fernando Martina, un cesarino DOC di famiglia: dal Salento alla nuova vita in Lombardia
a cura di Raffaele Colelli
C’è un modo per essere cesarini che va oltre il luogo di nascita: è il modo di vivere, di legarsi alle persone. Fernando Martina lo incarna perfettamente. Uomo di famiglia radicato nelle tradizioni, ma lo sguardo sempre aperto al futuro, è di quelle figure che lasciano il segno con i grandi gesti, con la costanza dell’impegno e la sincerità e gentilezza dei rapporti. In un’epoca in cui tutto corre veloce Fernando ricorda che il valore della vita si misura dalle relazioni che costruisci e dalle radici che non tradisci. Per questo, chi lo incontra, diventa presto più che un cittadino. Un esempio, un amico, un pezzo di quella cesarinità che non si spiega, si vive. E oggi l’orgoglio mi sovrasta nello scrivere di lui, della sua vita.
L’11 novembre 1948, in una casa di via Silvio Pellico che odorava di legno e fatica, veniva alla luce Fernando Martina. In quelle stanze, dove le luci dell’alba abbagliavano come il sole a mezzogiorno, nacquero dieci storie e dieci bocche da sfamare. Lui il nono di quattro maschi e sei femmine. Anni dopo, quando il silenzio riecheggiava, ormai, come un eco nell’aria vuota di quel vissuto, fiorì il mitico “Bar da Mario”. Ma la sua storia parte da qui, nell’anima autentica di un borgo di pescatori.
Il padre Cosimino carrettiere trasportava persone, merci e speranze, mentre il mare, compagno silenzioso, bagnava le fondamenta di quella vita semplice. I tufi sgretolati dell’umile dimora attaccati dalla salsedine e dal sudore del lavoro, raccontavano già il destino di Fernando. Crescere sospeso tra la terra e l’acqua. L’infanzia di Fernando scorre tra quelle vie fino agli otto anni. Il paese era un mosaico di semplicità. La scuola elementare occupava due stanze (dove oggi sorge la rinomata pescheria “Medusa”), la messa si celebrava nella chiesetta delle Tre Croci, e il catechismo, “la dottrina” come tutti la chiamavano riempiva di voci i locali parrocchiali.
Nel 1956, quando la famiglia Martina si trasferisce in via Monti, Fernando non sapeva che quel cambio di indirizzo gli avrebbe etichettato un’identità nuova. Abitante della Cina. Il trasloco in via Monti, oggi sede di una filiale della Banca MPS, coincide con un’epoca in cui Porto Cesareo era un puzzle di micromondi. La comunità, senza vere e proprie divisioni, aveva battezzato i rioni con nomi di pura poesia. A nord-ovest “la Cina”, a nord-est “la Corea”, al centro “Cisaria”, cuore antico tra i due appezzamenti. La nuova casa conquistò subito il piccolo Fernando.
Infanzia apparentemente serena tra i giochi di una volta.
A due passi, spuntava una vera scuola elementare, con le aule spaziose e banchi fissi al posto delle improvvisate due stanze di un tempo. Poco più in là, una chiesa maestosa con un altare in marmo brillante e panche comode e laccate di fresco e tutto dedicato a Santa Cesarea. La fanciullezza e la prima gioventù di Fernando Martina scorrevano al ritmo delle stagioni e dei giochi per strada. Tra trottole (lu currulu) che ronzavano sull’asfalto, partite di calcio sulla spiaggia e palloni di gomma confiscati dall’unico vigile del paese. Porto Cesareo anni ‘50 e ‘60 era un teatro di avventure semplici e indimenticabili.
Le strade sterrate della vecchia farmacia di via Alfieri erano il regno di Fernando e i suoi amici. Qui, tra polvere alzata dai passi e risate, si consumavano infinite partite con le pizzogne, le trottole di legno che venivano colpite a chiodate fino a spaccarle in due, in un gioco di abilità e forza. Il calcio, poi, era una passione irrinunciabile. Senza campi attrezzati, si giocava dove capitava. Sulla spiaggia, tra due sassi come porta o sull’asfalto rovente. «Tornavamo a casa con le ginocchia e i palmi delle mani scorticati» racconta Fernando. «A interrompere le partite, a volte, arrivava Mario, (pace all’anima sua) l’unico vigile del paese, che ci sequestrava il pallone di gomma».
Oggi quelle strade sono asfaltate e frastornate dai turisti. I bambini hanno campi attrezzati e trottole digitali. Ma per Fernando i ricordi di quegli anni, fatti di ginocchia sbucciate, legno spaccato e palloni volati via restano il tesoro più prezioso. Poveri, ma ricchi di fantasia. E forse questa era la vera magia.
Il grave lutto a stravolgere l’esistenza.
Era il 1956 l’anno in cui la luce di via Silvio Pellico si spense. Il lutto che cambiò tutto. Carmelo, ma per tutti Uccio, il fratello poliziotto, stroncato a 23 anni. Quell’anno avrebbe dovuto essere uno come tanti altri. Invece, a otto anni appena da compiere, il piccolo Fernando imparò una verità crudele. A volte il destino bussa alle porte di una casa già povera, e porta via il poco che aveva di prezioso. Uccio, il terzogenito dei Martina, 23 anni appena. Il primo della famiglia a indossare una divisa (quella di Agente di Polizia Celere). Il primo a vedere Roma lontano dalle reti di pescatori. L’ultimo a tornare a casa in una bara avvolta nel tricolore.
Quel giorno il carretto (lu trainu) di padre Cosimo si fermò, le sei sorelle smisero di cantare. Maria, la madre accendeva il lume alla finestra come se attendesse ancora il figlio. «Capì allora che la vita non era solo ginocchia sbucciate» racconta Fernando Martina, «anni dopo, vidi mio padre piangere sul carretto e seppi che sarei dovuto crescere in fretta». Era diventato il suo eroe, e gli eroi, si sa, a volte partono prima del previsto. Dallo strappo del ‘56 al marmo eterno. Porto Cesareo abbraccia un eroe, Uccio Martina.
E così a 68 anni dalla tragedia, sotto un cielo terso, le autorità hanno svelato una targa che rende giustizia al giovane poliziotto caduto e al fratello Fernando che ne custodì la memoria. E lì, il vento di maestrale accarezza oggi i caratteri di bronzo appena scoperti, mentre il mare batte ritmicamente contro gli scogli come volesse inchinarsi in ogni onda. A 11 anni, quando gli altri ragazzi pensavano ancora ai giochi, Fernando aveva già stretto un patto con il destino. Sarebbe diventato “uno che studia”.
Ogni mattina, alle 6:30 precise, prendeva posto su una FIAT 110 modificata in pulmino, stipato tra compagni come merluzzi in cassetta. Viaggio di andata da 16 chilometri di strada sterrata verso Nardò. Viaggio di ritorno, lezioni da ripassare al rombo del motore che spesso si mischiava al vociferare dei giovani passeggeri. Pierino, proprietario e conducente, contava le teste all’andata e le ricontava al ritorno tra una battuta e uno sfottò. Oggi che quella strada si percorre in meno di 15 minuti, Fernando, le volte che fa ritorno, cerca ancora con lo sguardo quella macchia nera sulla strada che portava i sogni di un’intera generazione, per chi come lui credeva che l’istruzione meritasse i chilometri di polvere e voglia di riscatto.
Fernando Martina si trasferisce: dal Salento a Vestone.
Dalla FIAT 110 nera alla corriera. Il viaggio verso il diploma. Nel 1962 Fernando Martina, quattordicenne, stringe tra le mani la sua licenza media conquistata a pieni voti. Ma il traguardo è solo l’inizio di un nuovo percorso. La corriera della ditta De Vitis lo attende per portarlo a Lecce, all’ITIS (oggi ITT, Istituti Tecnici Tecnologici). Le giornate saranno lunghe, a volte infinite, con il ritorno a casa dopo le 21. Ma per Fernando ne valeva la pena. «La corriera era un lusso rispetto alla cara 110» racconta Fernando «anche se significava tornare a casa che era già notte. A volte cenavo sul pullman. Il panino preparato, al mattino, da mia madre».
Tra compiti serali e corriere per Lecce, i momenti di allegria degli anni ‘60. Mentre il pomeriggio svaniva tra i vetri del bar da Antimo in via Garibaldi, una palla da biliardo scoccava sul panno verde. Fernando, 16 anni, sorseggiava una gassosa e calcolava mentalmente la traiettoria. Fuori, l’inverno salentino mordeva le strade deserte, ma a lui tra gli amici di sempre e partite accanite il tempo sembrava sospeso. È in quei momenti che la fatica degli studi si scioglieva come ghiacciolo al limone sulla spiaggia della rotonda di Ngicco in agosto.
Le sere estive invece a cazzeggiare sotto il telone azzurro illuminato dai lunghi neon dell’Eden bar. Le ragazze venivano a sentire dal vecchio jukebox (tre dischi cento lire) “Azzurro” con minigonne molto sopra al ginocchio e gli occhi pieni di sogni. Il giovane perito elettrotecnico, con il diploma in tasca e l’ennesimo no delle aziende salentine, lascia casa e il Salento per il nord. Prima tappa a Brescia dove è ospite della sorella Lucia e suo cognato Mario.
Nel maggio del 1968 ed esattamente un anno dopo si trasferisce a Vestone, in Valsabbia. Mentre a Porto Cesareo i turisti affollavano le spiagge assolate, lui, affondava le scarpe tra i cumuli di neve sporca ai margini delle strade. Strinse la valigia che conteneva il diploma di perito elettrotecnico e qualche lettera di rifiuto delle aziende pugliesi. «Qui comincerà la mia vera vita» pensò, e un brivido che non era solo di freddo lo percorse.
Sotto quel nuovo cielo l’inverno era davvero rigido. Dalle spiagge salentine alle nevi della Valsabbia il trauma climatico di un figlio del mare. La sua 500 usata, sepolta dal fitto strato bianco fino al tettuccio sembrava una tomba di ghiaccio come se volesse seppellire la sua vecchia vita. E nonostante la solidarietà dei colleghi, gentili e premurosi appena ritornava a casa, il vuoto era lì ad aspettarlo.

L’incontro speciale con Patrizia, futura moglie.
Apriva la finestra sperando di sentire “lu rusciu ti lu mare” (il rumore del mare) che gli portasse le voci della sua famiglia e gli schiamazzi divertenti dei suoi amici. Ma si trovava a 380 metri di altitudine e con -15 °C che gli mordevano le ossa. Crescere con il mare negli occhi e ritrovarsi in quei luoghi totalmente differenti fu per lui un vero shock emotivo. Nello stesso anno, Fernando Martina trova lavoro nello stabilimento “Ave interruttori” di Vestone in Valsabbia.
Tra i rumori delle presse e l’odore di metallo incrocia gli occhi di Patrizia. Fu un fulmine quel giorno, nella fabbrica di 200 anime. Il giovane salentino smarrito nella neve trovò la sua stella polare. Ma una tragedia stava bussando alla sua porta. Nel 1970 un periodo nero. A febbraio la morte del padre Cosimo. A settembre la scomparsa della madre Maria. Di colpo, Fernando, in sei mesi perse le sue radici. Angoscia e smarrimento lo sovrastarono. Senza Patrizia e i suoi genitori, sarebbe affondato.
Tre anni dopo nel gennaio del 1973… Lei in abito di pizzo cantù, bouquet di calle. Lui in tight grigio. Ai piedi dell’altare per la grande promessa. Sì, per tutta l’eternità tra i profumi di resina e neve. Quasi un anno dopo Mirko, nato con gli occhi del padre e il sorriso della madre. Fu la prova che anche dalla neve poteva nascere un fiore. L’integrazione di Fernando fu un processo di resilienza, dallo shock iniziale alla costruzione di una nuova identità, grazie al lavoro, all’amore di Patrizia e all’accettazione di radici montane.
La sua storia riflette le migrazioni interne italiane degli anni del boom, dove il pregiudizio era una barriera quotidiana, superabile solo con tenacia e legami autentici. Questa non è solo una storia di emigrazione. È una storia d’Italia. Come un emigrato salentino scoprì l’anima combattiva di Vestone e ne divenne parte. Nella sede degli Alpini di Vestone, Fernando Martina alzò il calice di vino rosso brulè mentre la voce roca del capitano raccontava l’eroismo del battaglione “Vestone della Divisione Tridentina” a Nikolajewka, in Russia.
In mezzo a loro quel terrone arrivato sette anni prima che mastica perfettamente il loro dialetto meglio dello spiedo alla brace e della polenta. Un Vestonese del sud a tutti gli effetti tanto da ricoprire, per diversi anni, la carica di Segretario del “Museo del Lavoro” di Vestone. Nel 1968. Fernando Martina aveva varcato i cancelli dello stabilimento Ave interruttori di Vestone come semplice impiegato in prova. Quattordici, anni dopo, a soli 32 anni, siederà sulla scrivania di direttore marketing.
Le soddisfazioni lavorative e di famiglia, l’impegno per aiutare gli altri.
Un percorso scandito da manuali studiati fino a tarda notte. Processi produttivi, tecniche specialistiche e di produzione imparati a fianco degli operai. Tale applicazione e abnegazione non passò inosservata, ma venne riconosciuta dal Consiglio d’Amministrazione (maggio 1980) con una nota di merito: “Promosso Direttore Marketing per eccezionali competenze tecniche e visione strategica. Primo caso in azienda di ascesa da impiegato a dirigente”.
Nel 1992, assume un ulteriore incarico: Direttore Commerciale e Marketing con supervisione della logistica. Nella valigia di pelle di Fernando Martina, convivono camicie stirate per gli appuntamenti con i clienti e un costume da bagno. Ogni volta che un viaggio di lavoro lo porta in Puglia, ruba un week – end intero da passare a Porto Cesareo ospite della sorella Carmelina e del cognato Pippi. Per ritrovare i vecchi amici, la sua gente, e annusare l’odore delle reti stese al sole e il sapore delle pucce appena sfornate. Una storia di riscatto umano, sociale e professionale che merita di essere raccontata alle nuove generazioni a venire.

Mirko si laurea in ingegneria, si sposa con Rossella e gli regala due splendidi nipotini, Gianluca ed Elisa. Nel 2006 Fernando Martina appende la cravatta da dirigente dopo quattro decenni all’Ave interruttori. Nello stesso anno, accanto a suo figlio Mirko, fresco laureato, firma l’atto costitutivo di Voltidea s.r.l. Un gesto che unisce due generazioni, l’esperienza della vecchia industria e la visione lungimirante delle energie rinnovabili. Il nuovo lavoro gli lascia del tempo libero che Fernando impiega nel migliore dei modi possibili.
Dall’imprenditoria al volontariato, e questo gli fa onore. L’impegno sociale di un uomo che ha fatto del “dare” la sua seconda professione. Con la moglie Patrizia entra nell’Associazione Lions Club International, diventa Presidente del Lions Club Rezzato per sette mandati (compresi nel periodo 2006 -2025). Presidente di zona per tre mandati ancora. Membro attivo per 20 anni. Oltre alla distribuzione di generi alimentari, l’associazione progetta una campagna di prevenzione oncologica (Giovani & Tumori) e interviene sull’istruzione con 25 borse di studio a studenti meritevoli.
Tra i vicoli di Porto Cesareo quando il sole riscalda più del dovuto, lui ritorna puntuale alle sue origini di uomo che non ha perso lo sguardo dell’infanzia. Settantasei primavere con un portamento da gentiluomo. Le strette di mano ferme agli amici, quelli rimasti. Scrolla le spalle per far cadere il peso degli anni e ritornare ragazzino, mentre scalzo protegge il suo ruculu dalle pizzogne.
Basta chiudere gli occhi e il tempo diventa un gomitolo da srotolare, quando il vento gli sussurra che il mare è sempre stato casa. E il suo cuore gli parla: “Ho navigato oceani, scalato montagne, vestito mille ruoli. Ma in fondo il mio cuore batte sempre il tamburello d’infanzia di un ragazzo di Porto Cesareo che sapeva una verità semplice. La vita va corsa a piedi nudi, con le tasche piene di sassi levigati dal mare. E l’anima leggera come scirocco”. Fernando Martina.

