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Il Miramare riapre al pubblico stasera dopo oltre sette mesi: restyling completato!

a cura di Raffaele Colelli

Ci sono luoghi che non si frequentano. Si abitano. Come le domeniche in famiglia o tra gli amici, come il primo amore sciolto tra due cucchiaini di panna. Il Miramare che riapre a Porto Cesareo è uno di questi. E dopo sette mesi e dieci giorni di luce spenta, di serrande abbassate come palpebre stanche, stasera alle 19:00 il cuore della città ricomincia a pulsare. Sette mesi e dieci giorni, non è solo un numero È il tempo che serve a un intero paese per imparare di nuovo la nostalgia. Perché il Miramare non è una gelateria qualunque, non è una caffetteria tra le altre, o una pasticceria come tante. È un’istituzione. Meglio è un modo di vivere, un modo di essere.

Chiude per restauro, dicono, ma chi lo ha amato incondizionatamente sa che non si resta lì per un gelato migliore o per un caffè più scuro. O un bignè alla crema. Si resta perché il Miramare non ti giudica. Non segue mode. Ma esiste. Punto. Come una madre, una piazza, come la battaglia che resiste al mare.

Oggi, mercoledì 10 giugno 2026 alle sette della sera, la luce tornerà accesa. E il Miramare vestito di bianco, come un signore elegante che sa ancora il valore della cerimonia. Il frac è di gesso e di luce, le alette inamidate svolazzano al vento marino, quelle sì, le hanno lavate a mano le stesse mani che per sette mesi e dieci giorni hanno tenuto il polso sulla serranda abbassata come su una ferita. Stasera toglie il lenzuolo dei cantieri e si presenta. Regale. Immenso. E finalmente con il cuore che batte forte.

Il Miramare riapre dopo il lungo stop con la stessa eleganza di un signore in frac.

Perché varcare quella soglia non sarà entrare in una gelateria, caffetteria, pasticceria e basta. Sarà farsi accogliere da quelle stanze. Stanze che profumano già di caffè tostato prima che ancora che la tazzina venga riempita. Stanze dove la pasticceria non si espone in vetrina, ma si racconta. E la cremosità del gelato non è una formula, è una carezza dell’anima. Ora il Miramare sorride. E dietro quel sorriso, c’è il grande cuore dei suoi proprietari. Si chiamano Rocco Antonio, Giuseppe, Maria addolorata, Maria Pia, Maria Donata.

Nomi che suonano come le campane di un paese che non ha mai smesso di volersi bene. Nomi che non stanno su una carta d’identità, stanno sulla soglia di un locale che dopo tempo sono pronti ad abbracciare chi va a trovarli. Ora la risposta è qui, scritta nella luce che si riaccenderà e sarà come se il tempo si fosse fermato solo per imparare a ricominciare meglio. Finalmente ci siamo. Finalmente loro Rocco Antonio, Giuseppe, Maria Addolorata, Maria Pia, Maria Donata, nipoti e figli e noi tutti dentro l’isola bianca del Miramare, signore in frac che si inchina e dice: entrate, signori e signore, bambini e bambine. Questa casa è anche vostra.

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