INTERVISTE

Uccio Rizzello, tra la pesca di un tempo e l’amore per l’Eden Bar a Porto Cesareo

a cura di Vanessa Paladini – Intervista tratta dal mensile “La Biblioteca”, giugno 2011.

Uccio Rizzello è lì seduto in casa sua e rinfresca i ricordi di un passato vissuto tra la pesca e l’Eden. Classe 1922, nominato già a 18 anni capo barca, ci racconta le sue esperienze e il modo con cui ha saputo godere delle prelibatezze del mare.

Buona sera signor Rizzello, lei è un veterano della pesca, a che età ha iniziato?

– A 18 anni ufficialmente, perché per guidare la barca dovevi avere l’autorizzazione dalla Capitaneria di Porto di Gallipoli e dovevi portare un documento che ti attestava il grado di istruzione di terza elementare.

Aveva un equipaggio nella barca o era da solo?

– No, avevo il mio equipaggio composto da quattro persone, guidavamo una barca a remi e ognuno aveva il suo ruolo specifico. Il capo barca, in questo caso io, portava il remo più piccolo e remava a poppa, svolgendo il ruolo del timoniere. Remava sempre qualche minuto dopo gli altri, perché doveva dare alla barca una direzione diritta. Gli altri invece si posizionavano: uno all’altra estremità della barca e gli altri due remavano al centro.

Che tipo di pesca ha svolto durante gli anni passati in mare?

– In realtà io mi dedicavo alla costruzione delle nasse, che sono fatte in giunco essiccato. Le lavoravo durante l’autunno e l’inverno, poi verso marzo – aprile gettavo le nasse in punti prestabiliti e ci dedicavamo alla pesca dei “masculari e fimmineddre”.

In genere in quale litorale andava a pesca?

– Da Sant’Isidoro a Torre Lapillo, perché in quelle zone il fondale era variegato, e poi perché, dato che utilizzavamo i remi, non potevamo spostarci di molto. Poi se “lu cuenzu” lo gettavi da un’altra parte non trovavi i dentici.

– Come ha utilizzato “lu cuenzu”?

– Con lu cuenzu (lenza lunghissima sulla quale sono disposte altre sottilissime lenze più corte, distanziate tra loro, alle cui estremità sono posti gli ami N.d.R.), prendevo per lo più i dentici. In tempi più antichi si metteva l’amo alla bocca del pesce, poi in seguito si è messo al collo. Gettavo lu cuenzu la mattina presto e poi dopo due – tre ore lo ritiravo in barca. Per la pesca delle cernie però lu cuenzu lo buttavo in mare la mattina presto, ma lo ritiravo la mattina seguente.

Ha affrontato qualche tempesta in mare in prima persona?

– Non ne ho mai vissute in prima persona, ma quando una barca andava a fondo, diffondeva un segnale in modo da farsi vedere e far sì che qualcuno lo soccorresse.

Uccio Rizzello svela l’origine del nome Eden Bar.

Immagine storica all’interno dell’Eden Bar: al centro Cosimo (Mimino Rizzello), fratello di Uccio Rizzello.

Senta, dato che ha detto precedentemente di aver lavorato le nasse, ci può parlare del loro utilizzo per la pesca?

– La nassa è uno strumento di pesca molto antico ed è un cesto costruito per far entrare facilmente il pesce e renderne impossibile l’uscita. Il pesce entra in una specie di imbuto che si restringe verso l’interno fino a raggiungere le dimensioni del pesce pescato. Nella parte finale dell’imbuto, che è formata da giunchi con estremità libere, il pesce non riesce a trovare via d’uscita.

Alcune volte ho pescato dentici che pesavano 2 – 3 e addirittura 5 kg, che ho ritirato sulla “Sanula” (Una piccola plancia, situata a poppa. Il termine proviene dal greco “Sanus” che tradotto vuol dire asse, tavola o tavolame N.d.R.), che era proporzionata alla grandezza della barca e che talvolta utilizzavo per dormire.

La pesca per lei ha rappresentato più una passione o un lavoro?

– Sinceramente un lavoro perché era l’unico mestiere con cui potevo sfamare la mia famiglia. Poi naturalmente in barca c’era la mangia, quindi oltre a essere pagato dalle pescherie, a casa portavo 5 – 6 pesci per poter pranzare o cenare. Spesso si divideva il pesce non venduto in modo che tutto l’equipaggio potesse portare qualcosa alle proprie famiglie.

La mia passione è stata quella di svolgere il mestiere di gelataio che esercitavo nel mio bar Eden che feci costruire nel 1962. Il nome non lo scelsi io, ma un professore di nome Bartolomeo, che mi consigliò di chiamarlo così dicendomi che sarebbe stato il bar “del paradiso”, anche se poi lo chiusi a malincuore.

Un profondo grazie per questi bei racconti signor Uccio Rizzello: ora, lettori e non, la lasciamo all’altra sua grande passione, la sua famiglia.

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