ARTE & SALENTONEWS CESARINE

Radio Sole, la Radio libera sulle frequenze di Porto Cesareo: dal grande sogno alla notte buia

a cura di Raffaele Colelli

Tra il fruscio delle frequenze, nasceva a Porto Cesareo un sogno fatto di musica e libertà.” Gli anni ‘70 non avevano solo il passo pesante degli anni di piombo. Avevano un sottofondo. Un ronzio basso, elettrico che si insinuava nell’aria statica. Era il suono dell’etere in rivolta, la nascita esplosiva, vitale delle radio libere. In quel fermento nazionale, anche il nostro territorio, le strade bianche e il mare di Porto Cesareo, trovarono la propria voce. In quel crogiolo di ideale, e cavi intrecciati, prese via Radio Sole.

E in quella cabina di trasmissione, profumata di legno caldo e di polvere di vinile, un quindicenne, Azelio D’Andria, con il cuore in gola e le dita già esperte sui piatti, fece il suo ingresso nel mondo. Non era solo un ragazzo appassionato di musica, era un novello Prometeo, pronto a rubare il fuoco delle note per donarlo a chiunque potesse captare il segnale. Per quel giovane rampante, ogni genere musicale era un colore sulla sua tavolozza. Trasmettere non era un semplice gesto tecnico, era un rito di pura alchimia emotiva.

Significava prendere un’emozione, la malinconia di un cantautore, la rabbia di una nota rock, la gioia di un ritmo machine e affidarla alle onde. La magia stava nell’ascoltatore ignoto e in quella connessione intima e clandestina che si stabiliva tra la sua cabina e le case del paese. Sapere che la sua voce, la sua selezione, potesse scaldare una stanza, accompagnare una cena, regalare un attimo di spensieratezza a chi era sintonizzato sui suoi megahertz, era una gratificazione profonda, bruciante. Era il potere di accendere un Sole personale nelle notti salentine.

Era il 1974, internet era un’idea indecifrabile, un fantasma per pochi cervelli visionari. La piazza, il forum, il gruppo di messaggistica istantanea di un’intera generazione aveva un altro nome. Radio Libera. Erano loro il mezzo di collegamento più potente, immediato e viscerale. Non c’era schermo a filtrare le emozioni, solo una voce o una canzone che bucava il silenzio delle camerette creando tribù di ascoltatori invisibili, ma complici. Radio Sole non nacque da un business, ma dal calore di un’amicizia, dalla passione.

In foto Azelio D’Andria.

Radio Sole sui 102.300, il sogno lungimirante di un gruppo di giovani.

Un gruppo di ragazzi, con a capo Azelio, un nome che sarebbe diventato una voce familiare per mezza provincia. La loro cabina di regia era un rifugio, un garage dei sogni dove la passione per la musica si trasformava in un servizio pubblico fatto in casa. Era l’epoca d’oro dei Festivalbar, una kermesse nazionale che accendeva le estati italiane. E per le radio libere, ribelli, ma pur sempre assetate di novità, quel circuito offriva una ghiotta occasione.

Arrivavano i 45 promozionali. Oggetti dal fascino quasi clandestino. Il prezzo era ridotto, il risparmio nascondeva una sorpresa. Il lato A portava il tormentone estivo di un artista famoso. Il lato B, invece, la voce di un artista sconosciuto. Anche la grafica parlava di economia. Una copertina muta, ridotta ai minimi termini. Un semplice foglio bianco, forato al centro su entrambe le facciate, che nascondeva titolo e autore. Spettava alla competenza del D.J. scoprire se nel solco del lato B si celasse un capolavoro o uno scarto. La sua identità era un numero: 102.300 Megahertz.

Su quella sottile striscia di etere, tra il fruscio e le interferenze, Radio Sole di Porto Cesareo costruì per anni un regno di suoni e complicità. Non era solo un’emittente, era un presidio di comunità, un punto di riferimento magnetico per una generazione di giovani assetati di musica e di condivisione. Era il ritrovo dove le amicizie si cementavano tra un riff e una dedica, dove la passione era la sola moneta di scambio. L’aria era un caleidoscopio sonoro. Dai complessi architetturali dei Genesis e degli Emerson, Lake & Palmer, alla nascente elettricità di Michael Jackson, fino alle voci graffianti e pesanti dei cantautori italiani come Dalla, De Gregori, Guccini, De Andrè, Battiato, Battisti.

In quella cabina, il progressive rock parlava la stessa lingua della poesia in musica. E c’era un rituale, sacro e laico insieme, l’apertura e la chiusura delle trasmissioni erano sancite dall’inno generazionale di Finardi: “Musica Ribelle”. Quelle note erano un manifesto, una preghiera laica che risuonava ogni giorno come un giuramento “Amo la radio perché arriva alla gente, entra nelle case, ti parla direttamente. E se una radio è Libera è Libera veramente. Mi piace anche di più perché libera la mente.” Era il loro credo, cantato a piena voce.

I programmi nascevano dal fermento puro di Dj improvvisati, ragazzi che sostituivano la tecnica con un fiume in piena di volontà passionale. Intrattenevano per ore, instancabili, tessendo una tela di suoni che andava dal folk al rock, dal classico, al pop, intervallando tutto con dediche appassionate e quiz strappati a giornali locali.

In studio un giovane Salvatore Peluso.

La notte del furto, il sogno viene infranto.

E in quel laboratorio artigianale, nascevano anche i primi, pioneristici esperimenti sonori. Ricorda Azelio con un sorriso sornione “l’effetto spaziale”. Posizionavano su entrambi i giradischi due copie identiche dello stesso brano, le facevano partire in perfetta sincronia e le mandavano in onda insieme. Il risultato era un suono raddoppiato, ma un riverbero ipnotico, un’eco stroboscopico che sembrava dilatare lo spazio della cabina di trasmissione, trasformando un semplice brano in un viaggio psichedelico.

Era la genialità del fai – da – te, la magia di chi, non avendo strumenti sofisticati, usava l’ingegno per espandere i confini della realtà sonora. Mantenere in vita quel sogno aveva pur sempre un costo, non solo di energia, ma anche economico. Radio Sole cercava di finanziarsi con un minimo di pubblicità, battendo a tappeto le attività commerciali locali. Il bar, l’edicola, il ristorante, il negozio. Ma lo sforzo si mostrava spesso arduo, addirittura vano. Per molteplici imprenditori del paese, quell’entusiasmo giovanile non era più di un hobby rumoroso, non un investimento.

Venne messo in atto un nomadismo forzato. La radio cambiava spesso sede, in un peregrinare logorante. Era un ciclo epico stancante, montare e smontare antenne sul tetto di un nuovo garage, traslocare pesantissimi giradischi, amplificatori, il mixer, le casse, le casse di dischi carichi di vinili. Ogni trasloco era una ferita, ma anche una sfida per ricominciare, a trovare una nuova frequenza per lo stesso, ostinato sogno. Poi, accadde il fatto che spense per sempre la luce.

Dopo pochi mesi, in una nuova location, una notte qualcuno forzò la porta. Non fu un vandalismo casuale, ma un furto chirurgico e spietato. Tutte le attrezzature principali, il cuore pulsante dell’attività sonora, i giradischi Technics, il mixer, gli altoparlanti, i microfoni, furono portati via. I cavi penzolanti come nervi recisi, e lo scheletro vuoto degli scaffali. Fu un colpo al cuore, definitivo. Senza quegli strumenti non c’era possibilità di ripartire. Le energie, già provate dalle continue lotte di sopravvivenza, si esaurirono del tutto. Così Radio Sole si interruppe. Non con un finale epico, ma con un gesto meschino nel buio.

La magnifica storia fatta di aggregazione, passione e quell’effetto spaziale che dilatava i sogni, cessò di esistere per sempre. Il sibilo del vuoto tornò a occupare i 102.300 MHz. Ma in tutte le case di Porto Cesareo, nelle orecchie e nei ricordi di chi l’aveva ascoltata, l’eco di quelle voci libere, per molto tempo non si è mai davvero spento. Era finita un’epoca. Ma nessuno avrebbe potuto rubare la memoria di quel sole radiofonico che scaldava il cuore e alleggeriva l’anima.

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