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Una barca per Santa Cesarea: il sogno, la realtà, la grande illusione

a cura di Raffaele Colelli

Era il 26 agosto del 1972 quando la cerimonia della “Benedizione del Mare” si tinse dei colori di una storia personale. Per Giuseppe Durante, allora pressappoco un bambino, aveva solo sei anni, varare la Santa Cesarea non era stata solo una tradizione, ma il ricordo che segnò il passaggio a una vita da uomo. Fu un attimo, sospeso tra cielo e l’acqua, in cui il cuore di un bambino smise di battere per il gioco e incominciò a pulsare per il destino.

E’ il momento in cui le sue piccole mani toccarono la prua solida di una barca e ne sentirono scorrere nelle vene il legno, il sudore e le preghiere. Per Giuseppe, quel momento aveva un nome inciso a lettere dorate sulla murata dell’imbarcazione che aveva appena solcato per la prima volta il mare: Santa Cesarea. Non era stato solo un varo, ma un rito collettivo che ha respirato l’aria salmastra della devozione e dell’orgoglio. Ma tra la folla in festa e il suono delle campane, c’era un solo sguardo che cercava il suo domani in quelle onde. Quello del piccolo Giuseppe.

La Santa Cesarea non era un semplice peschereccio. Era il patrimonio di memorie, devozioni e sacrifici estremi. Ogni chiodo battuto era un ricordo di famiglia, ogni tavola levigata era una promessa mantenuta. E mentre lo scirocco faceva sentire il suo ruggito Giuseppe Durante fissava, a piedi scalzi sul legno di quella santa barca, con occhi lucidi l’orizzonte. Non era la paura del mare aperto a commuoverlo, ma il dovere di onorare quel nome, quella tradizione, quel legame indissolubile con una comunità intera che in quel legname vedeva simboleggiata la propria resistenza, la propria fede, la propria identità.

Ora Giuseppe non è più un bambino. Il ricordo di quel ragazzino che correva a perdifiato per raggiungere la panchina dove era attraccata la Santa Cesarea prima di salpare. Un tuffo tra le onde e poi l’arrampicata lungo la murata, fino a quando non veniva issato a bordo dalle spalle forti di suo padre, Salvatore. Il contatto con quel legno, finalmente sotto i suoi piedi, lo rendeva felice. Era il suo modo di dire al mondo: «Ci sono anch’io!»

Adesso Giuseppe Durante è un uomo. Un uomo di 56 anni. Anche lui, come suo padre prima di lui, figlio del mare. La salsedine ha scolpito il suo viso, i segni indelebili delle intemperie e delle fatiche di una vita dedicata al mestiere di pescatore. E così, nelle lunghe giornate di scirocco, quando il vento caldo d’inverno lo costringe a restare sulla terraferma, Giuseppe torna su quella panchina. La stessa di quando era bambino. Si siede, il tempo sembra compiere un cerchio perfetto e doloroso. Lo sguardo si perde dove un tempo la Santa Cesarea era orgogliosamente attraccata. Ora davanti a lui, c’è sola acqua vuota. Un velo di tristezza inesorabile gli scende negli occhi. Un pensiero va alla sua barca. «Chissà dov’è e se esiste ancora».

E allora che i pensieri si fanno più pesanti del mare in burrasca. La mente comincia a domandarsi, e il cuore a battere forte nel petto, se molti degli errori commessi avrebbero potuto essere evitati… Se quella scelta sbagliata, quella parola non detta, quel momento di orgoglio non fossero stati così decisivi. Ma il senno di poi, si sa, è una lama che taglia solo a metà. E le fosse, ormai, sono piene. Così si avvolse, come in una bobina il tempo della memoria.

E i pensieri vennero fuori, liberi e dolorosi. Fotogrammi nitidi, fermi, stazionari. È una storia di famiglia. La storia dei Durante, una stirpe di mare e di salmastro. Di cinque fratelli: Salvatore, Damiano, Sebastiano, Ronzino e Antonio, e di quattro sorelle, Simira, Lonza Tina, Teresa, Lisa.

Peluso Enza
Una barca per Santa Cesarea: nell’immagine Peluso Enza, la madre.

Una missione da compiere: Santa Cesarea si rivela.

Uniti non solo dal sangue, ma dalla stessa passione viscerale per il mare. Una storia dove il sacro e il profano si fondono in una realtà di sfide, sudore e preghiere. È il 1970. È una notte d’inverno. Fuori, un vento da sud, impetuoso, caldo e umido, sterza l’aria e increspa il mare in cavalloni malinconici. Lunghe funi tentano disperatamente di reggere il movimento continuo e oscillante di piccole imbarcazioni ormeggiate lungo panchine di tufo e ghiaia. E in quel caos Salvatore Durante, padre di Giuseppe, dorme. Dorme beato nella sua casa, cullato forse da un sogno di mare calmo.

Ed in quel momento, nel cuore della notte più furiosa, che accadde l’inimmaginabile. Un bagliore improvviso, accecante, avvolge la stanza di Salvatore in tutto il suo splendore. E lì, in quel chiarore divino, gli appare una figura maestosa di una Donna. Bellissima. La spalla coperta da un ampio mantello rosso porpora, sotto un vestito del verde più intenso di uno smeraldo. In una mano regge una colomba bianchissima, e sul capo porta una corona che brilla tra i capelli lunghi e dorati. Un’aurea di pace sovrannaturale emana dal suo essere. Era la Santa. Santa Cesarea, che Porto Cesareo onora ogni estate.

«Sono Santa Cesarea» gli disse con una voce così leggera e soave da sembrare un profumo. «Devi costruire una barca grandissima, la più grande di tutte, e dedicarla a mio nome. La dovrai chiamare Santa Cesarea». Salvatore sobbalzò nel letto. Il cuore batteva con forza contro il petto. Aveva gli occhi sbarrati, che strofinò più volte vigorosamente, convinto di essere vittima di un sogno troppo vivido. «Ma…ma … rispose balbettando, sopraffatto dallo stupore e dal timore. «Come… come faccio Signora? Io non ho una lira. Non posso mai avere una barca così grande come Lei dice…».

La sua era la protesta di un uomo semplice, fatto di conti che non tornano e di tasche spesso vuote. Ma la Signora non si scosse. La sua risposta non ammetteva repliche, solo una fede cieca e assoluta. «Vai, Salvatore. Abbi fede e fa quello che ti ho detto.» E così come era apparsa, la luce svanì. E insieme alla luce, scomparve la Signora, lasciando nella stanza solo il silenzio, l’odore di mare portato dal vento di scirocco, e un uomo con un mandato divino da compiere e un cuore in tempesta.

La mattina successiva, nell’ora blu che precede l’alba, mentre le prime luci cominciavano a scalfire l’oscurità del porto, l’aria era carica di un destino imminente. Intorno alle tre, tre e mezzo, pronti a salpare con le reti cariche di speranza, accadde l’inatteso.

Damiano, Teresa e Antonio Durante
Una barca per Santa Cesarea: nella foto a partire da sinistra Damiano, Teresa e Antonio Durante.

Una barca per Santa Cesarea: patto della famiglia Durante, destinazione Monopoli.

Salvatore, pallido e con gli occhi lucidi, parlò per primo. Un brivido gli percorse la schiena mentre si rivolgeva a suo fratello Sebastiano.

«Vagliò» gli disse, usando l’antico termine dialettale carico di fratellanza e confidenza. «Tu stamattina a pesca non vieni. Devi andare a Monopoli. Oggi stesso

Sebastiano lo guardò sconcertato. «A Monopoli? E che devo fare a Monopoli?» rispose incredulo, portando le mani ai fianchi. Un gesto di stupore che era tutto un interrogativo.

«Si!» ribatté Salvatore con una voce che era un miscuglio di fermezza e commozione. «Devi andare a Monopoli e ordinare una barca. Grande, grandissima»

Il fratello sbalordito, faticava a credere alle sue orecchie. «Ma… ma davvero stai dicendo?» balbettò, cercando nello sguardo dell’altro un segno di scherzo che non trovò».

Fu allora che Salvatore confessò la verità. «Questa notte ho sognato Santa Cesarea. In una luce immensa. E mi ha ordinato di costruire una barca. Deve essere grandissima e chiamarla con il suo nome. Santa Cesarea». Una lacrima si insinuò tra i solchi profondi del suo volto, tracciando un sentiero di devozione e timore reverenziale.

«Ti accompagnerà Ronzino con la sua macchina. E ora vai

Davanti a una rivelazione così potente, non c’era spazio per dubbi. Sebastiano, con un rispetto che sovrastava ogni perplessità accettò il compito con una semplicissima, potentissima frase. «Così dici. Così faremo».

In quelle poche parole, pronunciate nell’aria fredda del mattino, non c’era solo l’accettazione di un ordine. C’era il patto di un’intera famiglia, la fede incrollabile di un segno divino e l’inizio della leggenda della “Santa Cesarea”. Arrivarono a Monopoli che il sole era già alto, carichi di un mandato più grande di loro. Nel celebre cantiere navale, tra l’odore di legno e pece, ad accoglierli fu il maestro d’ascia in persona. I due fratelli, Sebastiano e Ronzino spiegarono il motivo della loro visita.

Il signor Penta li ascoltò. Quando ebbero finito, non ebbe dubbi. Non chiese garanzie, non discusse del prezzo. La sua fu una sola domanda «Come la dovete chiamare, la barca?» La domanda rivelava che il maestro, era stato già informato. Che la Santa li aveva preceduti. Non servirono contratti, né caparre. Ma una semplice, solenne stretta di mano tra uomini d’onore sancì il patto. Il contratto era firmato.

Ronzino e Sebastiano Durante
Una barca per Santa Cesarea: in foto Ronzino e Sebastiano Durante.

Una barca per Santa Cesarea: il sogno si realizza, ma si spegne pochi anni dopo…

Dopo nove mesi la barca era pronta. Grandissima, bellissima. Lunga diciotto metri, larga cinque e alta come un palazzo a due piani. E lì, orgogliosamente incastonata tra il fasciame robusto dell’imbarcazione, a prua, capeggiava l’immagine divina e protettrice di Santa Cesarea. E così, il 26 agosto del 1972, un intero paese trattenne il fiato. Era il giorno della festa di Santa Cesarea. La Barca vestita di fiori e ghirlande come una sposa, era attaccata al molo in tutto il suo splendore. Accolse su di sé, in un abbraccio sacro, la statua della Madonna.

Le campane suonarono a festa, la banda musicale intonò le sue marce più allegre, la gente applaudiva commossa. E lui, Giuseppe, correva. Correva veloce e felice dietro quella processione, sentiva che quel miracolo galleggiante era un po’ suo. E così fu, per otto lunghi anni, il cui nome Santa Cesarea non fu solo un grido di fede, ma il suono stesso della comunità. Poi, arrivò la decisione sventurata. Una decisione presa lontano dal cuore, forse davanti a un tavolo, certamente davanti a una cospicua somma di denaro.

La barca fu venduta. A gente poco raccomandabile, dicono. Senza alcuna possibilità di ripensamento. E all’improvviso, il silenzio. Un silenzio che cadde su Porto Cesareo come un telo pesante. Le campane smisero di suonare. I musicisti deposero i loro strumenti. La gente smise di applaudire. E Giuseppe smise di correre. Ora, a distanza di anni, i ricordi sono ancora vividi nella sua mente. Come fotogrammi di un film in bianco e nero a cui manca il finale felice. E in queste righe, Giuseppe, ha voluto immortalare la storia e dare merito a chi quel sogno lo trasformò in realtà.

A suo padre Salvatore, ai suoi zii, Damiano, Sebastiano, Ronzino, Antonio. Alle sue zie Simira, Lanzatina, Teresa, Lisa. Come a quel maestro d’ascia di Monopoli che credette all’incredibile. Chi entrò per sempre nella leggenda. Il suo sguardo, quello di Giuseppe, si perse oltre il molo, dove ora c’è un vuoto che nessuna altra barca ha ormai colmato. Alza gli occhi al cielo. Dove i ricordi non si vendono e le leggende non muoiono mai. E manda un bacio, lieve come una brezza marina. A Salvatore, quel padre coraggioso che osò sognare. «Grazie papà».

Una barca per Santa Cesarea: l’unica foto disponibile è quella visibile in primo piano, gentilmente concessa da Giuseppe Durante.

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