Enzo Paladini racconta: l’origine, l’idea, la passione per il Palio di Porto Cesareo
a cura di Raffaele Colelli
C’è un tipo di sangue che sa di salsedine, che pulsa al ritmo delle maree e si ribalta nelle tempeste simile a una barca da pesca. Quello di Enzo Paladini è così, cesarino doc, autentico fino all’ultima vena, scolpito dal vento e dalla luce accecante del Salento. Un uomo che non ha mai avuto bisogno di inventarsi radici, le aveva già, profondo come le secche del suo mare, aspre e complicate come certe notti di libeccio. Porto Cesareo gli ha dato i connotati ed Enzo ha restituito al paese un’anima. Non una cartolina per turisti, non una scenografia svenduta al miglior offerente, ma un’identità vera, fatta di storia che odora di reti stese al mare, di faticose voghe controvento, di dialetti urlati tra le barche, di tradizioni che altri avrebbero lasciato affondare nell’indifferenza.
Lui no. Testardo come una seppia che si attacca agli scogli, passionale come un’onda d’inverno, ha lottato caparbiamente, per usare un suo verbo, denso di fatica e di ghiglia spezzata, contro chi cercava solo il profitto, chi remava contro per piccoli interessi, chi voleva ridurre questa terra in un souvenir sbiadito. Il suo sogno? Mostrare al mondo la bellezza nuda e cruda di Porto Cesareo, senza filtri. Quelle delle torri saracene che sfidano i secoli, dei fondali dove si nascondono storie greche, del Palio e le appassionanti voghe di giovani braccia e ancora delle serate in piazza dove il dialetto sa di sale e verità.
“Signori, ecco questi siamo noi” avrebbe potuto dirlo, ma non con una frase da cerimonia. Piuttosto, con i fatti: un museo, il palio, il prestigioso trofeo Carlo V, il Premio del Mare e le grandi battaglie per difendere le coste dalla cementificazione. Perché la cultura, per Enzo, non era una stanza polverosa, è il gesto di un uomo che ripete la sua idea come un sacramento. Anche quando il lavoro lo portò suo malgrado lontano dalla sua terra. Quell’uniforme da ispettore di polizia penitenziaria che indossava con onore era una seconda pelle.
Nonostante tutto ogni partenza era una lacerazione. Prima di ogni viaggio, nelle sere d’inverno quando il lungomare era deserto, era sulla spiaggia al buio. E lì in silenzio ad ascoltare il respiro del mare, un canto consolatore che gli gonfiava il cuore. Poi chino, raccoglieva un pizzico di sabbia, la legava in un fazzoletto infilato nel taschino della divisa. Era il suo talismano: una manciata di terra così pesante che lo teneva ben ancorato alle sue radici, un pezzo di Porto Cesareo da portare con sé come si porta una ferita che non smette di sanguinare.
Oggi, mentre il sole si tuffa ancora dietro l’isola dei Conigli, c’è chi ricorda le sue sfide solitarie. E c’è una domanda che brucia: cosa resta di un uomo che ha cercato di scolpire l’identità di un posto? Forse tutto, se quel posto continua a respirare con i suoi stessi ritmi. Forse niente, se la memoria si fa corta. Ma il mare, si sa, non dimentica. E nelle giornate di tramontana, quando l’aria sa di alghe e iodio, sembra ancora sentire la sua voce, graffiante, indispensabile, che grida: «Qui non si spegne la luce».
1973, Pianosa. Dove tutto ebbe inizio per Enzo Paladini.
Sembra una favola scritta dal mare. 1973, l’isola di Pianosa. Enzo Paladini, diciannovenne con gli occhi già pieni di Salento, sbarca come semplice agente di polizia penitenziaria in quel lembo di Toscana dove il silenzio è rotto solo dal grido dei gabbiani. Tra turni interminabili e un cielo troppo grande per un ragazzo di mare, la noia diventa un nemico. Fu allora che il mare, quel mare che aveva nel sangue, gli tese la mano. Non con una barca a vela, ma con l’arte antica e nobile della voga con canoa, quella dei pescatori che lottano contro la corrente a colpi di remo.

Il destino lo aspettava al molo. Un uomo dalla schiena curva dal giuramento di Ippocrate e le mani segnate dalla cima degli anni, gli rivelò i segreti. Come impugnare il remo senza sprecare fiato. Sentire l’acqua sotto la ghiglia come fosse un battito. Vogare stando in piedi, fieri come alberi, sfidando il vento contrario quando accadeva. Enzo non imparò solo a remare. Imparò che ogni colpo di canoa è una lezione. La pagaia non era un legno, ma un’ancora che ti lega alla tua gente.
E lui, che nella tasca della divisa portava ancora la sabbia del suo paese, capì che non stava solo imparando a governare una barca. Stava imparando a non tradire sé stesso. Quel ragazzo magro e dalla pelle di sale che sfidava il mare, i Pianosa, sarebbe diventato l’uomo che anni dopo, a Porto Cesareo, avrebbe fatto il miracolo del Palio e insegnato alla sua gente a non aver paura delle onde della vita.
1980: Taranto, la nascita di un sogno.
Città dopo città, (da Pianosa, a Monza, dalla Spezia a Taranto), vogata dopo vogata, vittoria dopo vittoria. Gli anni hanno temprato le sue braccia e affinato la sua mente. Enzo, ormai maestro di voga, ispettore di polizia penitenziaria, e svariati riconoscimenti istituzionali al merito, non si limita a insegnare. Trasforma il remo in una bacchetta magica. Organizza gare di “voga longa” e di “quattro con” che fa vibrare il Mar Piccolo al ritmo delle pagaie e dei respiri ben ingabbiati nei vigorosi toraci dei giovani vogatori.
Poi, una notte, accadde l’inevitabile. Davanti ai lampioni del lungo mare. L’odore della salsedine che gli riempiva i polmoni. La folgorazione. Si accese un’idea che risplendeva di luce propria come è più delle stelle di quella sera. “Perché non a Porto Cesareo? Perché non il mio paese, fatto di mare e di braccia rese forti, di sudore e di orgoglio? Perché non un Palio nostro, solo nostro, che ci racconti e ci unisca?”
Quel ragazzo che aveva imparato a remare nella solitudine di Pianosa, quell’uomo che aveva amato senza mezzi termini l’arte della voga, ora sentiva il richiamo delle sue radici. Voleva vedere i cesarini piegarsi sui remi, voleva sentire le urla incitare le barche, voleva che Porto Cesareo trovasse la sua voce e la sua identità nel frastuono delle onde e delle sfide. Un Palio per resistere. Un Palio per esistere.
2008: Il sogno diventa realtà.
Finalmente, dopo una vita di mare e di attese, il destino bussa alla porta. Enzo Paladini a 53 anni, non è più il ragazzo solitario che vogava nelle acque di Pianosa, non è più il giovane agente di polizia che portava nel taschino una manciata di sabbia del suo paese. Ora è un uomo con un sogno pronto a esplodere. E il sogno ha un nome “Il Palio di Porto Cesareo”. Ma i sogni, si sa, hanno bisogno di mani che li costruiscono. Ed Enzo non è solo. Al suo fianco ci sono loro, ci sono i suoi amici fidati. Uomini che credono in lui come si crede al vento di scirocco anche quando annuncia tempesta.
Enzo, forte della sua esperienza, scrive di suo pugno lo statuto e insieme fondano un’associazione. Non è più un’idea. È una missione. Il suo non è un semplice statuto, non è solo un elenco di regole. Quello che ha scritto Enzo è una mappa d’amore. Un racconto che sa di salsedine e di generazione di un tempo che fu. Numeri? Articoli? Norme? Sì, ci sono anche quelli. Ma ciò che lo rende unico è il cuore, il suo, che batte tra le righe, pulsante come la risacca tra gli scogli. Parla di correnti e di maree, dà un nome a ogni isolotto, a ogni secca, perché nulla in quel mare resti anonimo.
Parla del territorio e dei suoi rioni, spartizioni territoriali di pura poesia, micromondi fantastici come: La Corea e la Cina che ruotano intorno al centro del paese. Cita i venti per magia. Celebra barche, remi, nodi, reti, ogni attrezzo è un capitolo di storia. E il Maestro diventa Mito. Lui, Enzo, non si limita a scriverlo. Lo vive, lo respira, lo urla: nelle scuole, dove i ragazzi lo ascoltano a bocca aperta, mentre racconta di gozzi e di tempeste domate; nei convegni, dove trasforma le sue parole in carezze per l’anima.
«Il sapere, le tradizioni, non devono seccarsi come legno abbandonato sulla spiaggia» ripeteva «Deve infilarsi nelle menti come l’acqua nelle fessure delle barche, e restarci». E così, mentre Porto Cesareo si prepara al suo primo Palio, Enzo pianta semi. Perché sa che quelle barche, quei remi, quelle storie non saranno mai solo del passato. Saranno sempre vive negli occhi pieni di mare dei suoi ragazzi. Enzo Paladini è il presidente naturale dell’associazione, e come neopresidente abbatte il primo ostacolo: costruire i gozzi. «Senza barche non c’è Palio». La domanda è semplice, la risposta no!
Altra domanda: Legno o vetroresina?
Il legno parla di tradizioni, odora di pece e di secoli. La vetroresina è leggera, moderna, più facile da manovrare.
E ancora. Quale maestro d’ascia scegliere?
Uno del posto, che conosce l’anima del mare cesarino? O un artigiano famoso, capace di creare opere d’arte galleggianti? Enzo sa che questa scelta non è solo tecnica, è poetica. Le barche non solo strumenti, predica lui con le mani sul petto, ma simboli. Ogni chiglia dovrà raccontare una storia, ogni prua dovrà sfidare il mare con fierezza e onore per sé e per la sua gente. E mentre discute con i suoi compagni sorride. Perché, finalmente dopo anni di attesa, Porto Cesareo sta per scoprire il suo volto e ritrovare la sua voce. E questa volta sarà, un urlo di gioia.

Enzo Paladini, il miracolo dei gozzi
La scelta del maestro d’ascia non fu una decisione, ma un ritorno alle radici. Dopo mesi di preventivi tra cantieri sconosciuti e offerte anonime, Enzo e i suoi compagni videro la risposta davanti agli occhi. Antonio Latino, artigiano locale, mani come mappe nautiche, che da generazioni parlava il linguaggio segreto di legno e del mare. Lo stampo è fatto. E ora bisognava saltare un grosso ostacolo: i soldi. Nessun soldo, nessuno sponsor, solo sogni e polvere di segatura.
Ma Enzo, come il fiore che spacca la roccia, ebbe l’intuizione geniale. Bussò a ogni porta del paese tra bar, pescherie, botteghe, pensioni. A ogni commerciante spiegò il progetto con gli occhi di chi vede già il futuro: un gozzo con il nome dell’attività sul fianco. Due manche all’anno, il locale commerciale legato per sempre a un rione, alla storia, al mare. La formula era semplice, ma rivoluzionaria. Non vendevano pubblicità. Vendevano appartenenza.
4 luglio 2010. L’Alba del Palio.
Quando il primo dei dieci gozzi scese in acqua, quando le forti braccia dei vogatori strinsero in un pugno vigoroso i remi. Quando migliaia di persone urlavano il proprio entusiasmo e ancora quando la banda suonava l’Inno di Mameli e le bandiere sventolavano per le vie del paese, Enzo rimase in silenzio. Era la vittoria dell’ostinazione. Ogni barca era un patto tra passato e presente. Ogni sponsor era un abbraccio tra comunità e commercio.
Ogni nome sul fianco gridava: qui siamo vivi! Mentre i remi scivolavano sulle onde, Enzo sussurrò al vento, e a denti stretti, la mitica frase del celebre comandante romano Gaio Duilio, durante la battaglia di Milazzo: «Ponetevi ai remi, cercate la vittoria», e poi aggiunse «…oggi qui scrivete la storia». Lui, Enzo Paladini, la sua, l’aveva già scritta… sul suo cuore.

