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La morte del piccolo Domenico, la genesi di una tragedia a soli 2 anni

a cura di Raffaele Colelli

Era destinato a esser un regalo di Natale più bello, il battito di una vita nuova che ricomincia. Un cuoricino, offerto dal dolore di un’altra famiglia, pronto ad accendersi nel petto di Domenico, sei anni, attesa e sorriso dei suoi genitori. Invece, quel dono è stato trattato come un qualsiasi pezzo di carne da congelare. E il piccolo Angelo, dopo venti giorni di agonia sospesa tra la speranza e la scienza, si è spento. A due anni non si può morire. Non è giustizia, è sopruso alla vita stessa.

La genesi di questo disastro si scrive ora nei verbali della procura, nelle carte dell’audit interno dell’ospedale Monaldi di Napoli, nei freddi comunicati che parlano di errori procedurali. Ma la sostanza, nuda e atroce è che un bambino è morto perché un organo, quel cuore volato da Bolzano carico di speranza, è arrivato a destinazione letteralmente bruciato dal freddo. Era il 23 dicembre quando è entrato in sala operatoria.

La sua storia, fatta di attesa e di fiducia nella medicina, incrociava quella di un altro bambino di quattro anni, morto in Val Venosta, la cui famiglia aveva detto di sì alla donazione. Un passaggio di testimone, il più sacro e laico che esista. Dalla morte alla vita. Ma durante il trasporto, qualcosa si è inceppato nella catena umana. Invece del ghiaccio tradizionale, che preserva l’organo a una temperatura controllata, è stato usato ghiaccio secco. L’anidrite carbonica allo stato solido, capace di raggiungere temperature polari, ha avvolto quel cuoricino.

Quando i chirurghi hanno aperto il contenitore termico, si sono trovati davanti a un blocco di ghiaccio. Le cellule del muscolo cardiaco, delicate come petali, erano state devastate da una sovra-congelazione. Eppure, il cuore del piccolo Damiano era stato già espiantato, non si poteva tornare indietro. Non c’era alternativa. L’equipe ha proceduto all’impianto di quel cuore ferito, nella consapevolezza, o nel terribile dubbio, che fosse già compromesso. Poi, la macchina dell’Ecmo per tenere in vita il piccolo, la corsa disperata contro il tempo per cercare un altro organo, le speranze illusorie di un cuore artificiale, infine il silenzio.

La morte del piccolo Domenico, un un mondo che va sempre di fretta

Venti giorni. Domenico ha lottato, aggrappato a quel poco di vita che la tecnologia poteva dargli, mentre un Paese intero tratteneva il fiato e la Magistratura apriva fascicoli su fascicoli. Poi, questa mattina, la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire. Il Guerriero, come lo chiamava la sua adorata mamma, si è arreso. Resta ora una scia di domande, di atti giudiziari che da Napoli salgono a Bolzano, di responsabilità da accertare. Resta l’inchiesta di chi ha preparato quel contenitore, su chi ha fornito quel ghiaccio, su una catena di negligenze che sembrano non aver avuto pietà.

Ma al di là delle carte e delle ipotesi di reato, resta il peso insopportabile di una verità. Qualcuno ha pensato di trattare quel cuoricino, offerto chissà da quale anima generosa, come se fosse un semplice reperto da spedire. E in questo errore tecnico, in questa dimenticanza delle procedure, c’è tutto lo smarrimento di un mondo che va veloce, che non vede il dolore degli altri, se non a metà. Perdonaci piccolo Domenico.

Per questo mondo senza pace che a volte dimentica che dietro un organo da trapiantare c’è il respiro di un bambino, la preghiera di una madre, il futuro di una famiglia. Un giorno non lontano, forse, le cronache si dimenticheranno di questo nome, di questa storia, sommersi dal flusso incessante di altre notizie. Sarà così. Ma per sempre, sotto i capelli pettinati dalla mamma per l’ultimo saluto, sarà vivo nel suo cuore. L’unico, in quel naufragio, che nessun errore potrà mai più ferire. E sarà così.

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