Santa Muci, Lucia Saracino ricorda la madre nel giorno della Festa della Mamma
a cura di Raffaele Colelli
“Le mamme non dovrebbero mai morire
Dovrebbero sparire e poi apparire
Quando hai bisogno di vederle
Anche per un attimo”
Lucia Saracino.
Il 10 maggio si affaccia sul calendario la descrizione di una data che non ha bisogno di squilli di tromba per farsi spazio nell’anima. È la festa della mamma, dove l’intimità si fa sentire talmente densa da diventare pudore, e la dolcezza che rifiuta ogni ostentazione per rifugiarsi nel silenzio eloquente di uno sguardo, di un ricordo, di una mancanza. È una festa che si celebra nelle pieghe segrete dei cuori e nelle piazze addobbate a festa.
Quest’anno vorremmo posare lo sguardo su una storia che profuma di assenza, e al tempo, di una presenza così ingombrante e gentile da essere diventata materia viva per un’intera comunità. Parliamo di una donna, di una madre che non c’è più. Parleremo di Santa Muci (20/5/1932 – 11/08/2023). Lo faremo con la delicatezza di chi sfoglia un album di fotografie ingiallite, e lo faremo grazie alla disponibilità di Lucia Saracino. Lucia è l’unica figlia femmina in una discendenza che conta anche tre fratelli, Gino, Francesco e Marco. Ed è a lei che spetta il compito solenne di custodire la fiamma della memoria materna.
Nel racconto di Lucia, la figura di sua madre Santa Muci, emerge dalla nebbia del tempo con i contorni netti di una matriarca scolpita nella roccia. Donna dal carattere forte, quasi perentorio, forgiato in un’epoca in cui la dolcezza non era un lusso concesso alle madri, talvolta, una debolezza da nascondere. Era decisa con i suoi tre figli, lo era altrettanto, se non di più, con Antonio, con il suo adorato marito, che la vita le avrebbe portato via anzitempo.
Santa Muci: una bellezza d’altri tempi e l’amore per la lirica.
Eppure c’è un dettaglio che Lucia ci consegna. Dietro quella corazza coriacea, dietro quell’armatura che la vita e il rigore dei tempi le aveva imposto di indossare, lo sportello del cuore era sempre dischiuso. Un varco minuscolo e segreto, quasi invisibile, ma costantemente attraversato da una corrente calda di dolcezza e di amore incondizionato per i suoi figli e per i suoi adorabili nipoti. Santa era figlia di un mondo che educava le donne a soffocare i sentimenti, a mordersi la lingua quando le parole d’affetto premevano per uscire.
Era l’epoca in cui i genitori erano i genitori. Convinta diceva che i figli si baciano solo quando dormono. Ma se la sua mano poteva essere ferma, la stessa mano, di nascosto, sapeva essere carezza. E poi c’era la bellezza. Una bellezza che non chiedeva permesso. Santa era bellissima, di una avvenenza altera, quasi regale. Il suo fascino non risiedeva soltanto nella perfezione dei lineamenti, ma in quel portamento fiero e dignitoso.
E poi, l’amore viscerale per la lirica, cantava molto bene e conosceva a memoria, le arie immortali della Traviata e della Norma. E forse è proprio qui, in questa musica che restava sospesa nell’aria di casa come una preghiera laica, che si scioglieva definitivamente la sua armatura. Al termine del nostro incontro, quando le tazzine del caffè erano ormai vuote, ho posto a Lucia l’unica domanda. Una domanda che scava oltre la cronaca e che arriva diretta all’anima: “Se solo per un istante lei, tua madre, fosse qui accanto a te. Con il peso vero del suo corpo. Con l’odore preciso della sua pelle. Cosa le diresti?”
E la risposta è arrivata, infine, spezzata in singhiozzi come una confessione e incisa nella pietra. “Auguri mamma. Scusami. Ti voglio bene. Mi manchi da morire!” E l’avrebbe abbracciata così forte da compensare tutti gli abbracci mancati che avrebbe voluto darle.

