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Anguria, “sarginuscu” nel gergo dialettale, riconosciuta prodotto PAT per la Puglia

a cura di Massimo Peluso

Quando si fa riferimento ai principali frutti estivi, certamente l’anguria ne rappresenta uno dei più amati. Quella bella fetta a forma di mezzaluna rossa con incastonati i semini a forma di gocce d’acqua, è un momento di refrigerio quasi obbligatorio durante i giorni più torridi dell’anno. Unisce l’utile al dilettevole, ossia freschezza e dolcezza, fornendo quel gusto zuccherino che favorisce l’idratazione del corpo, specialmente per i più pigri nel bere l’acqua.

La novità dell’anguria come prodotto PAT è stata annunciata a Novoli, nell’ambito del programma per i festeggiamenti di Sant’Antonio Abate. Insieme con essa anche la:

  • cassatina vegliese della quale vi abbiamo recentemente parlato;
  • caffè in ghiaccio leccese;
  • gli gnocculi di Sant’Antonio a Novoli;
  • pasta con ricotta e puddhrascia a Salice Salentino;
  • trippa al forno e pitta tipica di Copertino;
  • verdure a menescia con carne di maiale e pitta rustica, tra Otranto e Maglie.

Nel dialetto salentino l’anguria è conosciuta con il nome di sarginiscu e più in generale come “melone d’acqua”, data la sua composizione che ne contiene oltre il 90%. Capitava di frequente, ma capita anche tutt’ora, nei borghi salentini, di sedersi la sera davanti alla porta di casa insieme alle vicine e di rinfrescarsi condividendo una bella anguria fresca tagliata a fette o a pezzetti, offrendone anche a coloro che per caso si trovassero a passare, rendendo conviviale l’atmosfera sulla strada, dimenticando per un attimo il caldo del giorno anche grazie all’azione dei ventagli. Era ed è l’espressione più genuina dell’ospitalità che distingue la gente del Salento.

Assolutamente da provare la sangria a base di anguria.

La storia dell’anguria partì dall’Africa, dove fu coltivata almeno 4000 anni fa. Sono stati ritrovati dei reperti storici che attestano quanto questo frutto sia stato importante nell’alimentazione del popolo della civiltà egizia, come ad esempio dipinti e rappresentazioni varie nelle tombe. É probabile che l’alto contenuto d’acqua, avesse per loro un significato legato all’abbondanza ed alla vita, oltre che alla rinascita dopo l’esistenza terrena.

Molte erano le famiglie che la coltivavano nei propri giardini, ponendola quindi al centro della vita quotidiana. Grazie alle esportazioni, col passare dei secoli il melone d’acqua attraversò varie civiltà e persino i Romani lo ritenevano essenziale e gustoso durante il periodo caldo, riuscendo a selezionare metodi di coltivazione, i quali permettevano di ottenere un frutto più succoso e zuccherato. Sono diversi i testi che ne testimoniano il consumo e l’apprezzamento durante i banchetti e le feste.

Dal punto di vista nutrizionale, l’anguria non è solo acqua. Infatti vi è presente una parte in zucchero, essenzialmente fruttosio, che assunto senza esagerare può benissimo adattarsi a diete ipocaloriche. Anzi, per assurdo, è tra i frutti meno zuccherati. Il resto è composto da vitamine come quelle del gruppo C, coadiuvante del sistema immunitario e del gruppo B, oltre a sali minerali come il potassio, essenziale per recuperare e reintegrare i sali persi a causa dell’eccessiva sudorazione. Da non dimenticare il licopene, questo elemento utile a contenere i radicali liberi, da cui il colore rosso vivo.

Tra le preparazioni culinarie, consigliamo la sangria di anguria, ottima come spuntino o fine cena. Un rinfrescante molto semplice a base di anguria a pezzetti, immersa nel vino rosso, un limone spremuto, un bicchiere di acqua frizzante e volendo qualche fetta di mela. Un modo tra i tanti, per allietarci dalla stretta di questo caldo soffocante.

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