
Giovanni De Monte: tra cultura, società, politica e ricordi speciali
a cura di Salvatore Muci
Il neretino Giovanni De Monte nato il 24 giugno 1935 a Nardò, arrivò a Torre Cesarea negli ormai lontani anni ’40 – primi ’50. Era figlio di un vigile urbano Egidio, che svolgeva le sue funzioni di polizia urbana a Cesarea. Lui, insieme ai fratelli Franco e Claudio e alle sorelle Carmelina, Ada, Maria e Carla, in tutto 7, vissero qui nella frazione neretina.
A Porto Cesareo portò in matrimonio Elisabetta Colelli, dalla quale ebbe quattro figli; Oriana, la grande, e tre maschi più piccoli di lui, Egidio, Antonio e Luigi (Luigino). Purtroppo Egidio non è più tra noi, stroncato da morte improvvisa.
Giovanni nella vita è stato un abile e bravo funzionario del comune di Nardò. Lavorava al municipio neretino nell’ufficio anagrafe, dove aveva a disposizione la sua stanza con collaboratori di fiducia. Negli anni ’60 il comune aprì in una casa vicino la parrocchia una delegazione del suo ufficio, mandando come responsabile proprio Giovanni, che vi restò fino agli anni ’70, quando Porto Cesareo cessò di appartenere a Nardò.
Nella sua cittadina tornava spesso e volentieri: si incontrava col cognato Cavaliere Mazzarella, noto fotografo del luogo e proprietario di una rinomata ottica; col fratello, cancelliere al Tribunale di Lecce; due sorelle insegnanti di scuola elementare e media. A Porto Cesareo insieme con la moglie gestiva una nota oreficeria nel corso Garibaldi.
Il particolare feeling con l’arte sacra.
Entrambi erano clienti dello scultore d’arte sacra lignea, Giacomo Vincenzo Mussner da Ortisei (Bolzano), il quale scolpì tre statue o simulacri presenti nella nostra parrocchia: quella della Protettrice, Madonna del Perpetuo Soccorso, di Santa Cesarea Vergine e Martire e del Sacro Cuore di Gesù. I coniugi De Monte tra il 1967 – ’68, ordinarono allo scultore alto atesino, la statua dell’Immacolata Concezione, che giunse a Porto Cesareo nella primavera del ’68.
Giovanni De Monte era un uomo legato ai personaggi politici locali e neretini. Era tra coloro che frequentava le sezioni dell’allora Democrazia Cristiana. Un amico dei sindaci della sua Nardò e della nostra Porto Cesareo. Nel 1976 parteggiò per una lista legata al centro – sinistra di quel tempo, mentre nel 1997 faceva parte della lista Uniti per Porto Cesareo, capeggiata dall’amico e avvocato Marco Greco, che si contrapponeva a quella dell’avvocato Pasquale De Monte, che ne uscì vittorioso.
Giovanni all’interno della lista partecipò attivamente, contribuendo soprattutto in seguito a mantenere i rapporti con gli altri, con umiltà e serietà. Un ringraziamento speciale va da tutti quelli cui Giovanni ha collaborato, compreso il sottoscritto. Giovanni De Monte ci lascia il 17 aprile 2026 e riposa nel cimitero di Porto Cesareo.

Tra penna foglio e libertà: grazie nonno Giovanni!
a cura di Mauro Rizzello
Nonno, o signor Giovanni come ti chiamavano in tanti. Mi piacerebbe ricordarti con una provocazione, come quelle che eri solito fare tu, perché chi come te usa l’intelletto conosce il confine sottile tra risata e irriverenza. Porto Cesareo ti ha accolto e salutato come un figlio. Mi viene in mente una penna ed un foglio, anzi la forza e la potenza di una penna e di un foglio. Apparentemente oggetti innocui, ma dal significato potentissimo.
Una battaglia continua a favore dei diritti, a favore della democrazia, che tanto amavi. Ognuno aveva il diritto di dire la propria, giusta o sbagliata che fosse. Bisognava lottare per le proprie idee, proprio con quel foglio e con quella penna. Opina mi dicevi, ma stai attento perché per opinare bisogna conoscere ed essere preparati, e chi più di te lo era.
La tua amata politica, non come senso di appartenenza, ma come espressione massima del confronto ideologico, due menti che si sfidano a colpi di sapere. Un campo di battaglia figurativo in cui la cultura era l’arma più potente. Studiare e informarsi, mai farsi trovare impreparati davanti al proprio oppositore. Homo herectus non nel senso archeologico del termine, ma filosofico, schiena dritta fino all’ultimo respiro.
Mai scendere a ricatti, mai tradire i propri principi. Urla, fatti sentire, fai valere la tua voce. Scrivi, usa quella penna e quel foglio. Sii dissidente, non uniforme, critico, perché la critica è la prima forma di confronto pubblico. Libertà di pensiero. Non aver paura di dire ciò che pensi, anche se ciò che pensi non è esattamente ciò che pensano gli altri. Ci hai insegnato questo in tutti questi anni.
Si può essere nonno in tanti modi, tu forse hai scelto il meno consono ma il più utile, magari non siamo mai andati a prendere un gelato insieme lo ammetto, ma io da piccolo il I canto dell’Inferno di Dante Alighieri, l’ho letto insieme a te: “Nel’ mezzo del cammin…”; Il Cinque maggio di Manzoni l’ho ripetuta con te, “ehi fu siccome immobile…”; la Treccani l’ho letta insieme a te, sulle tue gambe. Come fanno i veri illuministi. Ciao nonno!

In memoria di Giovanni De Monte: quella lettera inaspettata…
a cura di Valentina Martina
Quando scrissi “Io ero un ulivo”, non immaginavo che quelle parole potessero arrivare così lontano, né che potessero fermarsi nel cuore e nella coscienza di una persona come il signor Giovanni De Monte. Dopo la pubblicazione del testo sulla versione cartacea di ECCLESIA Cesarina nel numero di febbraio 2026, ricevetti da lui una lettera. Una lettera lunga, attenta, profondamente sentita.
Era il segno che quelle parole erano state lette non solo con gli occhi, ma con rispetto, con memoria, con quella sensibilità rara di chi sa riconoscere il valore delle cose prima ancora che vadano perdute. La grandezza del suo sguardo si rivelava proprio lì, nel modo in cui seppe restituire all’ulivo la sua dimensione più alta.
Scriveva: “L’ulivo è quella pianta che restituì a Noè, nel diluvio universale, il rametto di olivo per la salvezza del genere umano nell’arca. È anche la pianta presente nell’Orto di Getsemani, dove Gesù, insieme agli apostoli, si raccoglievano a pregare e dove Gesù stesso venne tradito da Giuda.” In quelle parole si riconosceva il suo sguardo, capace di partire da una ferita concreta e di cogliervi un significato più grande.
Un uomo in grado di andare oltre la superficie.
Mi colpì la sua capacità di andare oltre la superficie, di cogliere il significato umano, culturale e morale di un albero che cade. Scrisse che, se a Porto Cesareo c’era qualcuno che aveva fatto parlare gli ulivi, quella persona ero io. Quelle parole, ricevute da lui, furono per me un onore. Oggi che il signor Giovanni De Monte non è più tra noi, sento il bisogno di ricordarlo non solo per quella lettera, ma per ciò che quella lettera rivelava di lui, uno sguardo profondo, una sensibilità non comune, una coscienza capace di tenere insieme natura, memoria e rispetto.
Ci sono persone che non passano davvero, perché lasciano radici nelle parole, nei gesti, nel modo in cui hanno saputo guardare il mondo. Oggi il mio pensiero va alla sua famiglia, che ha avuto il privilegio di averlo accanto e di raccogliere ogni giorno la misura del suo sguardo, la profondità delle sue parole, il valore del suo esempio.
Io ne ho ricevuto solo una parte, attraverso una lettera, ma è bastata per comprendere quanto una persona possa lasciare, anche in un solo gesto, quando quel gesto nasce da ciò che è davvero. Con riconoscenza e profondo rispetto.
